Bentornato, Orwell

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di Vittorio D’Orsi ITALIA – Roma, 24 settembre 2016. Ogni volta che si parla di controllo, è davvero difficile comprendere quali siano i limiti del lecito dall’illecito, di ciò che è morale da ciò che è immorale, soprattutto quando questo si spinge fino al monitoraggio “di dettaglio” delle abitudini di un individuo.

Eppure, la società attuale ha fondamentalmente accettato quello che -almeno inizialmente- può sembrare uno scambio equo. Tutti accettano l’utilizzo dei cookie sui propri computer, pur di navigare in internet, ma non hanno una visione esattamente chiara di ciò che questo significhi, dal punto di vista della raccolta dei dati e del loro utilizzo per finalità di marketing.

Molto più complesso è il tema del controllo sui luoghi di lavoro. Le recenti disposizioni normative hanno dato un nuovo indirizzo, visto che consentono all’azienda di controllare le proprie risorse strumentali, ovvero «gli strumenti che servono al lavoratore per rendere la propria prestazione lavorativa», il che a questo punto può includere lo smart-phone, il tablet, il pc, con conseguente possibilità di geolocalizzazione o controllo delle attività.

È ammissibile? È costituzionale?

Ma cosa succede quando è l’individuo stesso che si sottopone a strumenti che ne consentono il controllo? 

È evidente a tutti l’uso massivo dei social network, in cui il rilascio delle proprie informazioni può essere assolutamente utilizzato per ogni tipo di indagine.

E se questi strumenti si trasformano da “virtuali” a reali? Secondo un recente report di un noto giornale americano, sembrerebbe che quasi 50.000 persone facciano uso dell’installazione di chip sottopelle, di tipo RFID (Radio Frequency Identification), denominati Tag.

A cosa serve? Tramite questi chip è possibile essere immediatamente riconosciuti dai propri impianti di domotica, e dunque impartire le istruzioni senza particolari sforzi: aprire porte, chiedere più o meno luce all’interno di un ambiente, accendere o spegnere il riscaldamento, ma anche aprire ed accendere l’automobile, avere accesso a particolari aree riservate, ecc.

Dunque, è la persona ad essere riconosciuta dall’ambiente e non il viceversa. L’intelligenza dell’uomo “si sposta”, per essere ampliata, da se stesso a ciò che lo circonda. Ed in questo contesto nascono nuove definizioni, anche piuttosto singolari: nell’epoca del post-industriale, abbiamo il post-umano se non addirittura il trans-umano, intesi come superamento delle capacità fisiche e cognitive dell’uomo attraverso l’uso di tecnologie avanzate.

Ma l’uomo “taggato” diventa completamente tracciabile: questa tecnologia, unita ai dispositivi mobili ormai sempre con noi, consente veramente di identificare in modo assolutamente univoco una persona.

E l’intelligenza trasposta sarà sempre più all’esterno dell’uomo.

Siamo infatti in una fase in cui i Robot iniziano a compiere operazioni manuali complesse e delicate, capaci ormai di gestire non solo oggetti solidi e rigidi, ma anche altro.

In Giappone, si prevede che entro 20 anni tutti avranno una domestica Robot, in grado di prestare anche assistenza agli anziani: quando avremo anche un Robot in casa, i nostri comportamenti potranno essere studiati, osservati, in ogni piccolo dettaglio. Ed ogni “difformità”, segnalata.

È la sorveglianza totale. Bentornato, Orwell.