BARCELLONA: nuovo tragico “Format” di ISIS?

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Degli eventi tragici di Barcellona si è detto più o meno tutto: la dinamica dei fatti, i morti, i feriti, il numero degli attentatori. Ci si è scandalizzati, indignati. Abbiamo sofferto, percepiamo la paura di chi è impotente. Da analisti, oltre che giornalisti che si occupano da oltre 5 anni del fenomeno del terrorismo islamico, in modo particolare di ISIS, ci sentiamo comunque di dover aggiungere e precisare alcuni dati. Primo: questo attentato rappresenta un’evoluzione dello jihadismo di ISIS e da vita a un nuovo “format” dell’orrore che prevede attori protagonisti locali, una squadra di 20/30 persone che si organizzano autonomamente – ora è molto difficile andare in Siria o in Iraq ad addestrarsi, bisogna farlo in loco – che però ricevono ordini e direttive dalla “casa madre”.

L’attentato di Barcellona, lo chiariranno in seguito le autorità, prevedeva che la squadra, e non cellula terroristica che al massimo prevede 8 elementi per ISIS, agisse su un largo perimetro di Barcellona secondo uno schema che in Iraq e Siria è normale: divisione in tre gruppi, il primo uccide dei civili “infedeli”, il secondo prende di mira la polizia; il terzo (secondo van con esplosivo) si fa esplodere contro un’infrastruttura come un aeroporto. Per fortuna qualcosa è andato storto: la casa dove si fabbricava esplosivo e si detenevano le armi è esplosa, non sappiamo per quale motivo. L’operazione però è partita lo stesso, perché della “casa madre” tutto era pronto per dare comunicazione al mondo, soprattuto al “suo”, dell’attacco a Barcellona. Una delle manifestazioni e quindi per noi una prova di queste affermazioni, sta nel fatto che ISIS ha aspettato solo trenta minuti dopo che il van si è precipitato sulla folla nelle Ramblas per cominciare a postare e a dire: “questa è roba nostra”. Il primo post che dava notizia dell’attacco del van sui social afferenti alla sfera ISIS è stato delle 17.29 mentre alle 17:55 è partita la raffica di post di rivendicazione. Prima solo post personali, poi comunicati ufficiali. Non solo: c’è stato un fiorire di canali social in poco tempo, che dicevano di essere pro ISIS, specifici per postare le notizie da Barcellona. Questo tipo di comunicazione, avviene solo per i “grandi eventi del terrore” quelli gestiti dalla casa madre. Per esempio è successo per Parigi nel novembre 2015, e ultimamente per Manchester 2017. Non è finita, per tutto il pomeriggio la rete social che dice di afferire a ISIS ha postato post come: Baqiyah uno, Messi 0 (Stato Islamico 1 – Spagna 0). E ancora, a partire dalle 21.20 di giovedì sera fino alle 00:15 ISIS ha prodotto il comunicato di rivendicazione dell’attentato in: Arabo, Spagnolo, Bosniaco, Bengalese, Indonesiano, Farsi, Pashto, Inglese, Francese, Tedesco, Olandese.

La macchina della propaganda si è messa subito in funzione e tra una notizia di cronaca e l’altra, sempre nello stesso lasso di tempo a partire dalle 17.55 (primo post di ISIS su Barcellona) fino alle 00.15, sono state postate grafiche dell’orrore. Di cui ne presentiamo solo una a corredo del nostro articolo. E ancora, è la comunicazione sui social a dirci che l’attacco di Barcellona ha una progettazione che viene da lontano, di cui la squadra ispanico/marocchina era solo una esecutrice: un post di Nashir Agency, altra agenzia di stampa di ISIS asseriva alle 19.32: «Informiamo tutti gli utenti che per via dell’attacco a Barcellona, la campagna militare contro Marawi, Filippine sarà posticipato alle 05:00 di domani». E così è stato.

Nella giornata di venerdì ISIS ha ripreso su larga scala con le sue squadre ad attaccare alcune zone della città di Marawi rivendicando 11 morti nelle fila dell’esercito filippino (le agenzie di stampa locali parlano di più di 110 morti). Questo attentato ci dice inoltre che la logistica per ISIS è fondamentale: tutto è sempre studiato nei dettagli, la pattuglia della polizia a Cambrils non era lì per caso ma era fissa, era un posto di blocco. Perché hanno colpito Barcellona? È una domanda che si sono fatti in molti, la risposta l’ha data ISIS stessa via social: la Spagna partecipa alla guerra contro di noi in Siria e Iraq; «voi uccidete i nostri innocenti noi uccidiamo i vostri innocenti»; storicamente la Spagna era musulmana e noi vogliamo che torni ad esserlo; e ancora voi (Catalani) chiedete il separatismo però pagate le colpe della Spagna invasore; infine aggiungiamo noi: a Ripoli (120 km da Barcellona circa) c’era la base logistica della squadra.

La Spagna e non Barcellona è nel mirino di ISIS dal 2015, momento in cui on line arrivavano notizie e documenti in spagnolo da account che portavano il nome “al Andalus”, il nome antico, storicamente, dato dallo “Stato Islamico” alla Spagna. Documenti che esordivano: «Messaggio per il popolo di Spagna» e continuavano asserendo che se la Spagna non avesse interrotto gli attacchi in Siria e Iraq (Afghanistan), ISIS avrebbe colpito. Da allora ad oggi, la polizia spagnola, in silenzio, ha compiuto molti arresti, e smantellato diverse cellule terroristiche, ma non tutte.

ISIS e la sua schiera di fedeli odia la Spagna, odia l’Europa, ci odia, ogni singola persona che non pensa come ISIS è un “disbeliever”, un infedele e meritevole di morire. ISIS è un mondo parallelo al nostro, ben organizzato, che zoppica per via dei raid aerei della coalizione in Medio Oriente, ma oramai ha radici ben salde anche in Europa. Dobbiamo svegliarci a questa triste realtà. Il mondo, che ci piaccia o non, dal 2014 (in realtà dal 2006 anno di germinazione di ISIS) è cambiato, il terrorismo è entrato nelle nostre case, e questa organizzazione terroristica più di altre non solo semina l’odio ma istruisce all’odio, forma all’odio. Il suo obiettivo: destabilizzare per poi in qualche modo penetrare là dove lo Stato non c’è. Far finta di non vedere non ci servirà. Minimizzare non ci servirà, chiuderci in casa è il loro gioco. Dobbiamo reagire culturalmente e in maniera coesa. La domanda che tutti dovremmo porci è:  che mondo vogliamo da qui a vent’anni? 

Graziella Giangiulio e Antonio Albanese