BANGLADESH. ONU scettico sui rientri dei rohingya

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Le condizioni per il ritorno dei rifugiati rohingya in Myanmar dai campi del Bangladesh in condizioni di sicurezza non sono ancora presenti. Lo ha detto l’Onu il 24 novembre, il giorno dopo che i due paesi avevano annunciato che il rimpatrio sarebbe iniziato tra due mesi.

«L’Unhcr non ha ancora visto i dettagli dell’accordo», ha detto l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in un comunicato, ripreso da Channel News Asia, riferendosi all’accordo firmato il 23 novembre da Myanmar e Bangladesh, in base al quale circa 620.000 rifugiati rohingya che oggi vivono in condizione precarie sarebbero stati rimpatriati.

«Allo stato attuale, nello Stato di Rakhine in Myanmar non esistono condizioni che consentano ritorni sicuri e sostenibili», ha aggiunto l’Unhcr.

«I rifugiati sono ancora in fuga e molti hanno subito violenze, stupri e profondi danni psicologici (…) La maggior parte ha poco o nulla a cui tornare, le loro case e villaggi sono stati distrutti (…) È fondamentale che i ritorni non avvengano precipitosamente o prematuramente», prosegue il comunicato, riportato da Channel News Asia.

Il Myanmar ha dovuto affrontare le crescenti critiche internazionali su presunti abusi commessi contro la sua minoranza musulmana dopo l’apertura in agosto di una campagna militare anti insorgenza nello stato di Rakhine, che ospita centinaia di migliaia di rohingya.

Da ultimo, Rex Tillerson, Segretario di Stato Usa, che ha incontrato Suu Kyi il 15 novembre, a Naypyidaw, ha affermato che Washington avrebbe preso in considerazione sanzioni mirate contro singoli, se fossero stati ritenuti responsabili delle violenze contro i rohingya.

Il Bangladesh, paese già impoverito e sovrappopolato, ha ricevuto elogi internazionali per aver permesso ai rifugiati di entrare nel paese, ma ha imposto restrizioni ai loro movimenti e ha affermato di non volere che vi rimanessero.

Dacca ha detto che l’accordo concordato con il leader de facto del Myanmar Aung San Suu Kyi vedrebbe i rifugiati tornare a casa tra due mesi.

L’Acnur ha sottolineato che tutti i rimpatri devono includere «il consenso informato dei rifugiati».

Luigi Medici