AUSTRALIA. Ripartono le trivelle vicino alla Barriera corallina del Sud 

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Il governo australiano potrebbe consentire le trivellazioni petrolifere nel fragile ecosistema di Great Australian Bight, nel tentativo di aumentare la sicurezza energetica. I timori di un potenziale conflitto Usa-Cina nel Mar Cinese Meridionale hanno mostrato la vulnerabilità dell’Australia alle interruzioni delle forniture, introducendo nel dibattito politico pre-elettorale la necessità di una valutazione delle sue forniture di carburanti che dovrebbe essere pubblicata a metà 2019.

Il ministro delle risorse Matt Canavan ha previsto che lo sviluppo della regione di Bight potrebbe «trasformare l’economia del Sud Australia, e portare a migliaia di posti di lavoro e miliardi di dollari agli australiani». Scienziati e ambientalisti hanno però lanciato l’allarme ambientale, soprattuto per la Grande Barriera Corallina del Sud. Questa regione è una baia aperta nell’Oceano Indiano che si estende lungo le coste dell’Australia occidentale e meridionale; dovrebbe coprire una distanza di 1.160 chilometri, riporta Asia Times.

Bp ha interrotto l’esplorazione nel Bight nel 2016 dopo aver finanziato un progetto di ricerca che ha scoperto che c’erano 1.267 specie di uccelli e vita marina, di cui il 32% sconosciuto. Bp aveva previsto che il Bight avrebbe prodotto tanto petrolio quanto il delta del Mississippi negli Stati Uniti. Anche Chevron si è tirata fuori dal Bight alla fine del 2017 dopo una campagna lanciata dai settori della pesca e del turismo per bloccare le perforazioni. La barriera corallina contribuisce circa 7,2 miliardi di dollari all’economia ogni anno attraverso queste due industrie.

Tuttavia, sono stati concessi altri nove permessi di esplorazione petrolifera e almeno un’azienda, la norvegese Equinor – precedentemente nota come Statoil – è probabile che inizierà a perforare entro la fine dell’anno, se otterrà il via libera, cosa che ora sembra inevitabile. 

L’Australia Meridionale ha perso gran parte della sua base industriale con la chiusura degli impianti di assemblaggio automobilistico e di produzione di acciaio, mentre l’Australia Occidentale, dipendente dall’estrazione mineraria, non sta messa meglio vista la fine del boom delle materie prime. A metà del 2018, secondo gli ultimi dati, c’era abbastanza benzina in stock per soli 21 giorni di fornitura, con 16 giorni di gasolio e 19 giorni di carburante per l’aviazione: al di sotto dei parametri globali di riferimento.

L’Australia è in grado di produrre gran parte del greggio di cui ha bisogno, ma il 75% viene inviato alle raffinerie in Asia e poi importato. Questo perché viene estratto da giacimenti offshore nel remoto nord-ovest che sono troppo distanti dai principali mercati dell’est e perché i tipi di petrolio prodotti in Australia non sono adatti alla lavorazione nelle raffinerie del paese.

Di conseguenza, l’Australia importa tre quarti del petrolio greggio e il 55% della benzina raffinata, una vulnerabilità che potrebbe rivelarsi disastrosa se i principali corridoi marittimi come il Mar Cinese Meridionale dovessero diventare impraticabili.

Antonio Albanese