Terrorismo di ritorno minaccia per Riad

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ARABIA SAUDITA – Riad. 14/02/14. Riad per anni è stato il principale canale di rifornimento di armi per i ribelli che combattono il regime siriano Bashar al – Assad.

A quanto si apprende dalla testata Arabian Business, l’Arabia Saudita sta spostando la sua politica per contenere la diffusione della militanza islamista in casa propria citando come fonte personalità vicine al Governo. Riad teme, in sostanza, che il radicalismo tra i ribelli in Siria aumenterà il numero dei militanti e quindi la forza di al Qaeda in Arabia Saudita.
I leader sauditi sono ancora determinati ad aiutare i ribelli per sconfiggere Assad, alleato del loro principale rivale, l’Iran, ma la loro maggiore attenzione, ora, è rivolta alla sicurezza interna su cui si stanno concentrando.
Un segno evidente del cambiamento lo ha dato re Abdullah la scorsa settimana che ha emesso un decreto reale che impone pene detentive dai 3 ai 20 anni ai sauditi che si recano all’estero per combattere.
Il cambiamento è giunto in un momento in cui il capo dell’intelligence il principe Bandar bin Sultan, architetto della politica saudita sulla Siria che includeva i campi di addestramento in Giordania e le spedizioni di armi e denaro, ha modificato il suo piano strategico. A dirlo fonti diplomatiche nel Golfo.
«La loro politica in Siria si sta concentrando sull’antiterrorismo» ha riferito una fonte diplomatica di alto livello nel Golfo.
«Il ministero dell’Interno, in particolare, è molto preoccupato per quello che sta accadendo in Siria» ha aggiunto. Il potente ministro degli Interni il principe Mohammed bin Nayef è riuscito a evitare una rivolta di al Qaeda nel regno, portata avanti negli ultimi dieci anni dai sauditi tornati dalle guerre in Afghanistan e in Iraq. In seguito è riuscito a sopravvivere a un tentativo di assassinio da parte dello stesso gruppo.
«Quello che sta succedendo in Siria è un vero pericolo per l’Arabia Saudita», ha detto Abdulrahman al- Hadlaq, capo della direzione della sicurezza e ideologico del Ministero dell’Interno, che controlla il radicalismo online. Egli ha stimato che ci sono stati tra i 1.000-2.000 sauditi in Siria, la maggioranza dei quali appartenenti ai gruppi alqaedisti che si sono adoperati, tra le altre cose, per distribuire beni ai rifugiati.
Nel frattempo, i gruppi radicali in Siria sono sempre più forti a scapito di gruppi tradizionali che sono stati i principali destinatari degli aiuti militari, finanziari e di addestramento da parte dell’Arabia Saudita. La posizione di Assad si è solidificata nel 2013. Anno in cui i gruppi tradizionali perdevano posizioni. L’incapacità di costruire una forza ribelle che può sconfiggere Assad è in parte dovuta alle difficoltà logistiche nel lavorare con molti gruppi diversi sparsi in tutto il Paese, ma anche perché le più forti fazioni ribelli sono legati ad al-Qaeda.
Il cambiamento di enfasi potrebbe rappresentare un’opportunità per l’Arabia Saudita e gli USA in Siria, dopo il raffreddamento dei rapporti nello scorso.
«I sauditi devono avere una chiara visione di ciò che sta accadendo in Siria e su ciò che vogliono succeda in Siria». «Contro il terrorismo gioca un ruolo importante gli Stati Uniti d’America», ha detto Mustafa Alani, analista del Centro di Ricerca del Golfo, con sede a Jeddah e Ginevra.
Il principe Mohammed, il ministro degli Interni ha stretti rapporti con i funzionari di sicurezza statunitensi e condivide le loro preoccupazioni circa i militanti islamici, e ha incontrato il numero uno della Central Intelligence Agency, John Brennan a Washington lunedì.
I leader sauditi sperano ancora che Washington giocherà un ruolo più importante nel sostenere l’opposizione siriana, in particolare se i primi colloqui di pace tra il governo e i suoi nemici, iniziato il mese scorso a Ginevra finiscono in un nulla di fatto.
«Stanno cercando di trovare un modo per tornare ad un approccio più unito con gli Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo, prevenire il contagio radicale e tutti vogliiamo vedere Assad andar via» ha detto la fonte diplomatica di alto livello.
Per ora il basso profilo assunto da Bandar ha complicato lo sforzo della guerra dicono gli analisti. Il suo defilarsi dalla prima fila obbliga l’Arabia Saudita a trovare un sostituto.
«È un problema. Era l’uomo che è stato addestrato per questo compito, perché quello siriano è un problema regionale e internazionale, e lui è bravo a trattare questo genere cose», ha detto Alani, che ha stretti legami con l’establishment della sicurezza saudita .
Le relazioni con la Siria da parte del regno vengono portate avanti da più fronti: da un lato lo sforzo diplomatico guidato dal ministro degli Esteri, il principe Saud al – Faisal e dall’altro un programma di formazione militare per i ribelli sotto la direzione del vice ministro della difesa principe Salman bin Sultan.
Ma lo sforzo più ampio è quello di riunire i ribelli compito che spetta al principe Bandar, cosa che è stata ostacolata sia dai disaccordi tra i principali sostenitori stranieri dei ribelli sia dal fatto che non si sa su quali gruppi fare affidamento.