ARABIA SAUDITA. A chi gioverebbe la chiusura di Hormuz?

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«Dopo che il presidente iraniano Hassan Rouhani ha accennato in modo obliquo a una minaccia per le esportazioni di petrolio regionali se le sanzioni bloccassero le vendite di petrolio iraniano, l’attenzione si è rivolta allo stretto sbagliato».

Così esordisce un interessante analisi, apparsa sul quotidiano emiratino The National. 

Con l’attacco avvenuto a due petroliere nello stretto di Bab El Mandeb, estremità meridionale del Mar Rosso, e la risposta di Riad, l’interruzione delle esportazioni petrolifere, la tensione si è innalzata pesantemente nell’area. 

Ancora oggi non è chiaro se gli attacchi alle petroliere siano stati direttamente incoraggiati meno dall’Iran, ma oramai è chiaro che un incidente nel Mar Rosso può essere il colpo di avvertimento prima dell’attacco a Hormuz. Le maggiori preoccupazioni sul transito regionale di petrolio si sono concentrate sulla potenziale interruzione delle spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz: si tratta di circa 18 milioni di barili al giorno di greggio e quasi 4 milioni di prodotti raffinati.

A tutto ciò vanno raggiunti rischi per il gasdotto saudita Petroline, a Yanbu sul Mar Rosso, che può trasportare circa 5 milioni di barili al giorno ed è in fase di espansione fino a 7 milioni di bpd entro la fine dell’anno; per la riapertura del terminal di esportazione di Muajjiz, sempre sul Mar Rosso; per l’oleodotto di Abu Dhabi da Habshan a Fujairah nell’Oceano Indiano, che è comunque fuori dallo Stretto.

Non tutti i mali verrebbero per nuocere, però: a causa del forte aumento dei prezzi, Arabia Saudita e Abu Dhabi potrebbero persino aumentare i loro ricavi nonostante i minori volumi di spedizione. L’Oman, che esporta da Mina Al Fahal nel Golfo di Oman al di fuori di Hormuz, sta sviluppando un altro terminal e un centro di stoccaggio di petrolio a Duqm che potrebbe essere collegato ai gasdotti dei vicini dell’Oman per fornire un supporto alle esportazioni. Kuwait, Qatar e Bahrain, invece, dipendono interamente dallo Stretto. Anche l’Iraq ha bisogno di Hormuz per tutte le sue attuali esportazioni, mentre il collegamento con il gasdotto attraverso la Turchia rimane interrotto. Nonostante alcune discussioni con l’Arabia Saudita, l’Iraq non ha recuperato l’accesso al gasdotto Ipsa verso il Mar Rosso, preso dopo la Prima guerra del Golfo, mentre il suo gasdotto verso Aqaba in Giordania è ancora un progetto.

Se un blocco di Hormuz riducesse le esportazioni del Golfo, gli stock strategici mondiali dovrebbero essere sufficienti per quasi sei mesi, poi si verrebbe a creare il caos logistico, che richiederebbe accurati piani di emergenza; mentre i prezzi schizzerebbero verso l’alto per poi crollare con l’eventuale riapertura.

Le economie di Cina, Giappone, Corea del Sud e Ue sarebbero direttamente minacciate. Gli Stati Uniti, oggi uno dei principali produttori di petrolio, sono ancora importatori netti, ma ne soffrirebbero di meno, mentre la Russia ne trarrebbe grandi vantaggi.

Graziella Giangiulio