Conoscere l’islam 2, intervista a Ali Hasan Ramadan

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ITALIA – Roma. 13/01/15. In questo momento sembra che il mondo si sia risvegliato dal suo lungo sonno e che si nutra di pane e islam. Opinionisti raccolti in ogni dove continuano ad elargire spiegazioni e soluzioni, la durata di tutto ciò sarà quella solita: sino a quando penseranno di poter mantenere audience, poi tutto ricadrà nel dimenticatoio sino al prossimo dramma.

Ma l’islam esiste da oltre 1400 anni, con le sue regole e le sue contraddizioni, con le sue scuole di pensiero e le sue differenze e questo nuovo modello di Stato sta pienamente riuscendo nel suo intento di creare nuove barriere non solo tra Oriente e Occidente, ma anche all’interno dell’islam stesso. Quando ancora i riflettori erano spenti, quando ancora non si voleva divulgare la notizia che in Medio Oriente, e in Siria in particolare, si combatteva contro un nemico organizzato e costituito da combattenti giunti un centinaio di paesi diversi, ho voluto recarmi proprio dove incombeva la battaglia e sentire direttamente le voci di chi poteva aiutarmi a comprendere il perché erano nati questi estremismi che hanno cominciato a combattere impropriamente in nome della religione. Certo la visione è parziale, manca il contradditorio ma, a dire il vero, avrei voluto poter sentire e argomentare anche l’altra parte, purtroppo il visto sul mio passaporto non avrebbe giocato a mio favore e dato che preferisco comunque ancora la legalità, e sino a prova contraria tra queste vi è quella di rispettare uno stato sovrano, non ho potuto incontrare i combattenti, il rischio di diventare materiale di scambio è davvero troppo elevato. Devo ammettere che anche accettare il loro decalogo di regole, prima di poter accedere nei luoghi sotto il loro controllo mi ha tenuto lontana da questa possibilità. Sinceramente giurare fedeltà ad un altro Stato non rientra tra le mie scelte possibili. Sono italiana e tra coloro che ancora credono nella libertà di scegliere. In questo caso quello che si sta cercando di raccontare è la sofferenza di un popolo e al di là di guerre, corruzioni, manipolazioni lo si può capire anche ascoltando le voci di chi lo rappresenta, lasciando poi la a ciascuno l’interpretazione secondo la propria capacità e pensiero. Questa è la nostra più grande fortuna, e spero per molti la nostra bandiera: libertà, da proteggere e alla quale non dobbiamo mai rinunciare.
L’IS (stato islamico) come sappiamo è una realtà, non riconosciuto dalla comunità internazionale ma ha dichiarato la sua esistenza, e non è da oggi che lo stesso islam lo combatte; platealmente in questi giorni ho sentito in tanti lamentare ai musulmani di non prendere le distanze dall’attentato di Parigi, bene in questa seconda parte dell’articolo vorrei mostrare che l’islam lo ha già fatto da tempo solo che nessuno voleva sentire, perché non erano notizie da prima pagina e soprattutto perché contrastavano con una linea da seguire. Le lunghe ricerche effettuate da AGC Communication, riportate nel Libro sullo Stato Islamico, mostrano con chiarezza che il progetto non nasce con l’ultimo attentato e che il problema del terrorismo di ritorno non sarebbe dovuto essere solo una preoccupazione di questi giorni!

Questo si può facilmente riscontrare nelle parole del dottor Ali Hasan Ramadan, imam della scuola Alawita, avvocato e con un Dottorato siriano sulla Legge Islamica, membro dell’Alta Commissione degli Scienziati Islamici, che ho incontrato a Tartus, in Siria, ben prima di questo ritorno alla curiosità occidentale sulla religione.

Chi sono gli alawiti?
»Naturalmente non esiste una religione che si chiama alawita, noi siamo orgogliosi di appartenere all’Islam perché Dio ha detto che l’islam è l’ultima delle religioni e gli alawiti sono un modo, una strada che segue gli insegnamenti della famiglia del Profeta (la pace sia su di loro). Siamo stati chiamati a seguirli nel Sacro Corano, quando il Profeta ha detto “Io non vi chiedo altro che continuare il cammino dei miei familiari”, con questo ha voluto trasmettere l’insegnamento di amare la famiglia del Profeta, vuol dire che se sono musulmano amo il Profeta, l’Imam Ali Ibn Abi Talib Principe dei Fedeli (Credenti) e tutta la famiglia dei 12 Imam, e che seguo le loro idee sia dal punto di vista religioso islamico, che sociale. Noi applichiamo i loro insegnamenti, che sono gli insegnamenti dell’amore per tutto il mondo, per tutta l’umanità senza alcuna partigianeria per l’uno o per l’altro, perché il loro messaggio è un messaggio per tutte le genti e i loro fedeli lo devono seguire. La storia degli alawiti è il miglior testimone, perché abbiamo sempre vissuto in armonia con tutti in qualunque luogo siamo stati, non abbiamo mai aggredito nessuno o compiuto atti di ingiustizia nei confronti di qualcuno, perché seguiamo quello che ci è stato comandato. La storia testimonia e insegna che siamo stati oppressi, abbiamo ricevuto ingiustizie, sgozzamenti e uccisioni; il mondo condanna i crimini degli Ottomani commessi nei confronti degli armeni, ma non si citano le decine di migliaia di alawiti trucidati, a cominciare dai re Omayyadi, passando per i sultani Abbassidi, arrivando all’impero Ottomano fino a questi tempi». 

Il Presidente Assad è alawita, questo vi favorisce in qualche modo?
«Sicuramente siamo molto fieri del fatto che il Presidente Bashar Hafez al-Assad sia uno di noi, che appartiene alla nostra religione. Questo è un orgoglio sia per noi che per lui. Ma vorrei dire che nel nostro sistema sociale e economico non è mai esistito alcun statuto speciale per nessuno. Partendo da questo principio noi non abbiamo mai avuto trattamenti speciali solo perché alawiti. Anzi devo dire che la nostra comunità non è ricca e se guardiamo da un punto di vista religioso il popolo o la comunità alawita è quella che ha sempre avuto minore rappresentanza. Sappiamo che molti pensano e diramano notizie diverse, che abbiamo un canale diretto con nostro Presidente, ma la verità è che noi viviamo come tutti gli altri, perché sia questo Presidente e prima suo padre non sono i leader di un solo gruppo, ma di tutta la comunità. Non sono re, sono presidenti di Stato e di Governo e se avessero utilizzato il metro della loro appartenenza religiosa, anche alle ultime elezioni, non avrebbero avuto tanto successo e non sarebbero stati votati da tutta la comunità siriana. In questo paese non c’era, e vogliamo che così continui ad essere, una distinzione tra le religioni, tutti apparteniamo alla Siria, le scuole sono miste, i quartieri sono misti viviamo insieme con sunniti e cristiani. Anche i cimiteri sono misti, quello di Tartus è per tutti non c’è una distinzione fra una setta o una religione. Se tu appartieni alla Siria sei mio fratello e questo che ci insegna la nostra religione, è quello che ci ha insegnato il presidente Hafez al-Assad ed è quello che vogliamo».

Questa guerra ha creato delle divergenze all’interno di questa comunità multiconfessionale?
«Non esiste una cosa assoluta su questa terra, per esempio Dio: c’è chi crede in lui e chi non crede. Posso dire che la stragrande maggioranza della comunità alawita appoggia la patria non un personaggio. Pensiamo che per salvaguardare la patria dobbiamo salvaguardare anche la posizione del suo Presidente. Anche nelle altre comunità musulmane sunnite e sciite tra i cristiani, c’è chi non vuole la patria e non vuole la presenza del presidente. Chi oggi muove le fila dei terroristi, a prescindere dalla loro appartenenza religiosa, sono contro la patria e quindi contro il presidente e vengono spinti dall’opportunismo personale. In quattro anni di crisi quelli che si fanno chiamare opposizione cosa hanno portato alla patria? Solo distruzione delle infrastrutture, divisone fra i membri della comunità siriana e anche fra gli alawiti. Voglio però ricordare, a chi chiama regime dittatoriale il governo assadista, che prima dell’arrivo dei terroristi vivevamo in pace e sicurezza, avevamo la libertà perché questo è quello che vuole il popolo siriano. Naturalmente ci sono persone che non ritengono Bashar al-Assad il loro presedente, non lo vogliono e sono liberi di farlo, a patto però che rispettino la volontà della maggioranza della popolazione. Quando si passa poi però dalla libertà di esprimersi a quella di uccidere anche noi chiediamo allo Stato di rispondere per difendere la società, perché questo è un suo dovere. Noi siamo e rimarremmo una società multiconfessionale».

Lei è un imam, cosa teme di più per la sua comunità?
«Noi abbiamo paura per i nostri figli, per la nostra gente, per i nostri fratelli, sicuramente nella stessa misura in cui teniamo per la nostra patria. Ogni persona che ragiona in questo momento ha paura, è ogni giorno diamo l’addio a decine e decine di martiri, per noi la patria è il padre e la comunità è la madre e l’uomo normale e quindi anche la religione, qualsiasi religione, deve fare il bene sia per suo padre che per sua madre, devo amare tutti e due alla stessa maniera».

Lei è una persona importante all’interno della Siria è stato nominato membro dell’Alta Commissione degli Scienziati Islamici. Ha un dottorato sulla legge islamica, è un avvocato. Come giudica e che contributo può dare al suo paese in un momento così grave?
«Non sono una persona importante, sono un servitore per i miei fratelli e per la mia patria. Ringraziamo Dio, io sono si membro dell’Alta Commissione degli Scienziati Islamici e anche qui io sono come un qualsiasi patriota. Sin dall’inizio di questa crisi avevamo ben chiari i pericoli che circondavano la nostra patria e dove volevano condurre la Siria, hanno voluto far scorrere fiumi di sangue in nome della religione. Se torniamo un attimo indietro all’inizio della crisi chiedevano le riforme, abbiamo visto che hanno trasformato queste riforme in distruzione delle infrastrutture: ospedali, ambulatori, scuole, qualsiasi cosa è stata distrutta anche la stessa società. La richiesta di libertà, di chi ha voluto strumentalizzare tutto ha prodotto morte, uomini sgozzati sin dal primo mese, il nostro ruolo è dire al popolo, ai nostri fratelli e sorelle è che queste persone vogliono che noi combattiamo uno contro l’altro, che ci nascondiamo dietro le barricate delle religioni. Dobbiamo informare il popolo di questo complotto ed essere all’altezza di fermarlo ecco perché abbiamo iniziato il nostro cammino cominciando da subito a fare incontri con tutti gli uomini di religione in tutta la Siria; siamo andati anche nelle zone calde, dove si combatte per cercare di spegnere il fuoco della guerra. In alcune zone ci riusciti, in altre non abbiamo avuto successo ma questo è normale, il nostro ruolo, spinti dal dovere nazionale e religioso, è che dobbiamo proteggere la patria e lo Stato che non può essere basato su una comunità, su una religione senza l’altra. Io mi sono rivolto a molti uomini del clero e della religione cristiana, perché musulmani e cristiani sono le due ali della Siria e un uccello non può volare con una sola ala. È necessario mantenere l’unità nazionale oggi è lampante che questi così detti rivoluzionari non sono altro che degli assassini che sono al di sotto del grado umano e la loro religione non è l’islam, la loro religione è amare il sangue. Guarda come ingannano i giovani e attraverso la partigianeria entrano nel loro cuore rovinando l’istinto del corpo con la promessa che se vengono uccisi andranno in paradiso con il profeta? Il loro scopo è ottenere le verginelle in paradiso e sicuramente con questo istinto hanno attirato molti giovani e anche società intere in alcune zone.
Il motivo stesso dell’esistenza di questa Alta Commissione degli scienziati è proprio mettere i ponti fra tutti, levare tutto ciò che offende l’altro, mettere in evidenza ciò che unisce, che è molto di più di ciò che divide. Dobbiamo fare una revisione della ideologia islamica per avviarci verso l’islam corretto, perché l’islam non è altro che l’amore e non l’odio che stanno mostrando; l’islam è la vita non è uccidere, l’islam è costruire non è distruggere; l’islam è perdono non vendetta come fanno quelli che si professano musulmani che alzano quella bandiera islamica nera, come neri sono i loro cuori. Se per una diversa opinione o per un per una interpretazione differente si emana una fatwa, oppure vieni lapidato o ti tagliano la testa non si può essere in linea con ciò che insegna il Corano. Anche al loro interno se uno vuole o deve diventare un capo, emana una fatwa nei confronti di quello che c’era prima per ucciderlo e prendere il suo posto ecco perché vogliamo, attraverso lo sforzo dei nostri scienziati, abbattere l’ignoranza di questo di questo messaggio. Oggi loro controllano la città di Raqqa, ogni giorno tagliano le teste anche a gente che sta sotto la loro tutela, è l’islam che gli ha chiesto di fare questo? L’Islam è stato oggetto di tante falsificazioni, in passato il Profeta (pace su di lui) ha detto “noi ti abbiamo mandato solamente misericordia per tutti gli esseri umani”, non ha detto ti abbiamo inviato per diventare uno sgozzatore. I terroristi sono i nipoti della menzogna, della falsificazione combattono la gente della religione questa è la verità.

Quanto è grande la comunità cristiana in questa zona e che rapporti ci sono con gli alawiti?
«Geograficamente la comunità cristiana qui è leggermente inferiore rispetto ad altre zone. Con i nostri fratelli cristiani prima di tutto abbiamo una relazione umana di amore, di fratellanza. Siamo figli della stessa patria. Abitiamo negli stessi quartieri, i miei vicini di casa sono cristiani, chi ha costruito il palazzo è un cristiano ha studiato con me all’Università, ha fatto con me la leva militare, mangiamo lo stesso cibo e sediamo sullo stesso banco e pensiamo allo stesso modo. Le nostre speranze sono simili, parlo di alawiti, e cristiani questa è la nostra storia e quello che ci unisce di più è la consapevolezza che il nostro nemico è uno che quando deve uccidere non distingue se l’altro è sunnita, sciita, cristiano o alawita questa è la nostra storia e così rimarrà così anche nel futuro, se Dio vuole.
Quello che vorrei dire a tutto l’Occidente è di guardare con l’occhio della verità quanto sta accadendo qui in Siria e soprattutto che il vero islam non è contro di voi. La religione l’ha mandata Dio per mettere ordine e non per combattere. Noi diciamo ai cristiani dell’Occidente che se questo nemico riuscirà a far cadere la Siria arriverà anche a casa vostra, la prima difesa è la Siria».

alessandra.mulas@gmail.com

Foto di Mauro Consilvio