AfPak post Isaf

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AFGHANISTAN – Herat 17/12/2013. Camp Zafar, sede del 207° Corpo d’Armata dell’Afghan National Army (Ana – Afghan National Army; l’esercito afgano); insieme al comandante del Mat – Military Advisor Team – colonnello Marco Avaro partecipiamo all’incontro quotidiano sulla sicurezza di tutti i responsabili militari dei vari reparti combat, tattici e di intelligence.

Al termine della riunione ci concede una lunga intervista il Generale di Corpo d’Armata Taj Mohammad Jahed, massima autorità in campo militare della Regione Ovest, sotto guida italiana. Il Military Advisor Team all’interno della missione Isaf – International Security Assistance Force – fornisce assistenza nella pianificazione delle operazioni combat, favorisce la cooperazione  e l’interazione tra Rcw (Regional Command West) e la 207° Brigata e in questa fase mette a disposizione gli advisor a livello formatori per tutte le attività di contenimento e gestione di sicurezza del territorio all’esercito afgano, ma anche per quello che concerne la logistica e l’organizzazione interna della Brigata. 

Il Generale Jahed, con l’ospitalità tipica afgana, ci offre la bevanda allo zafferano con varie tipologie di frutta secca ci ringrazia per la nostra visita e per la presenza degli italiani nel suo paese. La Regione ovest è divisa in quattro provincie: Herat, Farah, Ghor e Badghis. Il problema della sicurezza purtroppo grava su tutte ma quella di Herat e Badghis sono le più preoccupanti per la presenza di Talebani che usano confondersi tra la popolazione spesso costretta al silenzio. Le cose stanno però stanno cambiando grazie alla presenza in tutti i distretti delle forze dell’esercito afgano e gli insorti non sono in grado di avere una organizzazione strutturata capace di effettuare attacchi consistenti, ma solo azioni da ladri che posizionano qualcosa (Ied o altro esplosivo) scappano e si nascondono tra la gente. Nonostante tutto l’Afghanistan è un paese che sta crescendo, prosegue il generale, e il numero degli studenti supera gli 800mila, di cui il 48% sono di sesso femminile, con 18mila insegnanti e il desiderio di cultura è sempre più elevato.   

Impossibile non domandargli cosa pensa del burqa, lui sorride e risponde che il burqa protegge le donne dal sole o dalle intemperie, poi aggiunge che comprende perfettamente quello che gli occidentali possano pensare riguardo ad un indumento che costringe le donne  a non mostrare mai il volto. Spiega che si tratta di una tradizione sbagliata destinata a sparire con la crescita culturale e politica del paese. In Afghanistan la gente è molto legata alla tradizione e il burqa è solo una parte: «Ci sono anche altre cose sbagliate nella tradizione che andranno col tempo a modificarsi. Quello che posso dire è che l’imposizione del burqa alla donna non è una regola che proviene dalla religione; la donna può studiare o lavorare a viso scoperto e può partecipare alla vita sociale come gli uomini. Il Corano per circa 17 volte ripete che bisogna rispettare la donna perché la donna è madre».

Ci racconta che purtroppo in alcuni villaggi la situazione della condizione femminile è ancora molto arretrata a causa dell’isolamento e dell’assenza di scolarizzazione, già per esempio ad Herat la situazione è molto migliore per loro. Riguardo alla religione ci tiene a sottolineare anche che l’Afghanistan è un paese islamico e questa fa parte di tutto l’insieme, ha grande importanza nella vita sociale, militare e politica. A tal proposito dice che per quanto riguarda  la vita militare: «Quando siamo in combattimento e catturiamo un prigioniero, anche se si tratta di un insurgent, secondo una regola esplicita della religione noi non possiamo ucciderlo o torturarlo dobbiamo trattarlo secondo procedura. Per quanto riguarda la politica l’islam non vieta la costruzione di rapporti politici o commerciali con altri paesi, quello che è un bene per l’umanità l’islam non lo vieta, come per esempio il patto che l’Afghanistan sta facendo con gli Stati Uniti, non è contrario alle regole della dottrina che non vieta questo tipo di trattati. Ci sono molti ignoranti che non conoscono l’islam e che pensano invece il contrario». 

Sorge spontanea allora la domanda: cosa allora non sta funzionando sull’accordo bilaterale sulla sicurezza tra gli Stati Uniti e il suo paese? Risponde che dal punto di vista della popolazione non esiste ostacolo alcuno  per quanto riguarda i rapporti tra due stati sicuramente ci sono stati problemi politici recenti, perché il presidente Hamid Karzai è stato voluto dal governo americano è stato ed è sempre un partner degli Stati Uniti e certo saprà portare a termine questo patto.

Il Generale all’inizio si era voluto tener fuori dalle dinamiche politiche ma alla fine ci ha regalato uno spaccato afgano reale e immediato, in questo contesto ne approfitto per domandargli cosa pensa del fatto che con il ritiro dei militari della Coalizione, per il termine della missione Isaf, i Talebani si stiano riorganizzando per riprendere il potere, lui alza lo sguardo fiero da ex mujaheddin e risponde senza giri di parole: «Questa non è una novità è una situazione che dura da 30 anni. Attaccano, vengono sconfitti, si riorganizzano etc., la causa è che il Pakistan ha un progetto sull’Afghanistan di espansione per cui eliminare i Talebani servirebbe a poco se la comunità internazionale non interviene per fermare le mire espansionistiche del Pakistan. Bisogna fare pressione su questo paese se si vuole risolvere il problema di questa guerra. I Talebani non sono niente senza il Pakistan perché è da lì che parte tutta la struttura organizzativa. Qualcuno ha mai visto o incontrato il Mullah Omar? Baradar dove sta? Bin Laden dove è stato ucciso? al-Zawayri dove è? Tutti questi personaggi che sto nominando sotto tutti coperti e protetti dalla ISI. La guerra afgana non è dei talebani è del Pakistan. Non si è mai sentito nella storia che un leader che guida una organizzazione nessuno conosce, neppure i talebani stessi forse lo hanno ami incontrato. Gli Stati Uniti hanno una mano nel Pakistan e una nell’Afghanistan e non vogliono lasciare ne questo ne quello. Quando mai gli SU hanno fatto pressioni sul Pakistan per fermare questo teatro e rimetterlo al suo posto? Io sono un mujaheddin che ha combattuto i russi e i mujaheddin sono tutto e niente, sono un democratico, un po’ politico e un pò militare (…) tutto e niente. I cambiamenti avvenuti in questi 40 anni di guerra ci ha fatto capire molte cose. Siamo i seguaci di quell’uomo e lui conosceva bene il Pakistan» e nel pronunciare questa ultima frase il Generale Jahed rivolge lo sguardo verso la fotografia di Ahmad Shah Massoud.  

Lo spirito, l’energia e la determinazione di questo paese traspare dalle parole di quest’uomo che vuole mostrare la parte migliore, quella che lentamente sta cercando di creare il futuro di una terra selvaggia attraversata da guerre esterne e civili. Che la presenza dei militari sia stata determinante in questo lungo arco di tempo lo dimostra anche il fatto che in tanti passaggi del suo discorso ha cercato approvazione da parte del suo mentore, il Colonnello Avaro, alla quale fuori intervista in un momento conviviale ha rivolto un particolare ringraziamento per la nostra presenza lì che evidenzia ancora l’interesse di alcuni media italiani verso l’Afghanistan. Il lavoro di affiancamento e collaborazione dei nostri militari ormai riservato solo alle alte sfere, comandanti e formatori, ha determinato e sta determinando una situazione di equilibrio. Quello a cui tutti auspichiamo è che la fine del 2014 non sia l’inizio di un nuovo periodo buio per questo paese che verrà in qualche modo lasciato più solo. Abbiamo potuto constatare che la formazione ricevuta ha dato i suoi frutti e che oggi sono in grado di occuparsi della sicurezza del paese con professionalità e disinvoltura ma la linea di confine non è, ahimè, poi così lontana come sembra.