A rischio il “miracolo economico asiatico”

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L’ascesa dell’Asia ha rappresentato l’evento economico più importante che ha coinvolto metà del secolo scorso mentre attualmente il continente presenta la propria quota di difficoltà economiche che minacciano di far deragliare e fallire il “miracolo economico asiatico”.

Infatti nonostante l’Asia presenti una notevole ricchezza, le economie asiatiche dipendono da quelle dell’Occidente che influiscono sia sulle esportazioni che sulla produzione manifatturiera e sulla crescita del PIL. Nel 2012 in Cina si registra la peggiore performance economica degli ultimi 13 anni, l’andamento economico della Corea del Sud è intaccato dal tasso di crescita più basso registrato in circa tre anni nel secondo semestre ed in India la crescita ha avuto una caduta precipitosa. Dai dati del Fondo Monetario Internazionale si evidenzia che l’espansione delle economie asiatiche nel 2012 sarà del 7.1%, un dato positivo ma inferiore a quello del 2010 che si attestava attorno al 9.7%. Nei circoli economici asiatici questa flessione non ha suscitato grande sconcerto e paura, è stata definita un fenomeno temporaneo e ciclico derivante dalla capacità dei paesi di ottenere “soldi facili” e dal recupero globale dopo la crisi. Secondo Neumann la sfida che le economie asiatiche si trovano a fronteggiare è dovuta infatti ai guadagni in termini di ricchezza (ottenuti in tempi brevi): la storia insegna che maggiormente le economie diventano ricche più difficilmente queste riescono a raggiungere tassi alti di crescita. Mukherjee sottolinea invece che l’Asia è stata in grado di aumentare rapidamente la propria crescita economica grazie allo sfruttamento della manodopera a basso costo che è stata spostata dalle aziende agricole all’interno delle industrie e grazie agli investimenti stranieri nelle nuove tecnologie. Il problema deriva dal fatto che una volta

ottenuto questo sviluppo la diretta conseguenza è data dall’aumento di salari e dalla industrializzazione dell’economia che per continuare nella crescita richiede un miglioramento in termini di efficienza, progresso nella tecnologia e gestione aziendale sia a livello nazionale che aziendale. Questa evoluzione non è facile, infatti molti paesi i quali erano passati da un’economia in via di sviluppo ad avanzata hanno fallito la sfida chiamata “trappola del reddito medio” in cui è stato colpito il tetto del livello del reddito prima che raggiungessero le alte sfere dell’economia globale. Neumann e Mukerjiee hanno notato che la crescita ha subito un rallentamento nei paesi asiatici che sono diventati più ricchi e nel tracciare i livelli di reddito rispetto alla crescita media annua del PIL negli ultimi dieci anni hanno evidenziato che le nazioni a basso reddito presentano una crescita di due punti percentuali più velocemente rispetto a quelle con redditi più alti. L’aumento di reddito in alcuni paesi asiatici ha deluso le aspettative: effettuando un paragone tra il PIL Pro Capite in percentuale degli Usa nel 1970 e nel 2009 è stato evidenziato che Malaysia, Thailandia, Sri Lanka e Filippine non hanno notevolmente migliorato la loro posizione rispetto agli Stati Uniti, Cina, India, Indonesia e Vietnam anche se hanno trasformato la loro economia da basso reddito a livello medio, a differenza di Corea, Taiwan, Singapore e Hong Kong le quali dalla fascia media di reddito si sono dirette verso quella alta. Utilizzando invece i dati reali includenti l’inflazione al netto l’India e l’Indonesia rimangono bloccate nelle economie a basso reddito mentre la Thailandia e la Cina da economie a reddito alto finiscono nella fascia media. La spiegazione di tale fenomeno è data dal fatto che il passaggio da un’economia a basso reddito ad una media è relativamente facile, perché richiede un quadro politico generale stabile che permette l’utilizzo delle risorse poco sfruttate fino a quel momento nell’industrializzazione. Il passaggio successivo, quello che permette il “salto di qualità” nelle economie a reddito alto, richiede un grado di riforma per certi aspetti maggiormente impegnativo: le compagnie devono trasformarsi da semplici industrie in aziende innovatrici; il sistema educativo deve istruire futuri lavoratori con capacità di pensiero creative; i politici devono avere la capacità di creare un ambiente in cui gli imprenditori ed i dirigenti siano disposti a correre dei rischi investendo nella ricerca e nello sviluppo. Alla luce di questi fatti rimane la questione aperta se l’Asia sarà capace di far fronte a questi problemi ed avviare le riforme necessarie per mantenere ancora in vita il miracolo economico oppure rischierà di trovarsi impantanata negli stessi problemi che l’Occidente è costretto a fronteggiare oggi. La “discesa” della Cina Dopo una rapida ascesa dal punto di vista economico la Cina presenta attualmente problematiche che stanno arrestando la sua economia: la crescita del PIL nel secondo quarto è scesa al 7.6%, il dato più basso negli ultimi tre anni, la produzione manifatturiera e le esportazioni si sono indebolite ed il settore immobiliare è bloccato in una situazione di stallo. Il FMI ha recentemente abbassato le stime di crescita del paese per il 2012 all’8%, dato che rappresenta la performance economica peggiore dal 1999. Dopo la crisi finanziaria del 2008 e dopo questi dati poco soddisfacenti il governo di Pechino ha deciso di “pompare” maggiormente la crescita finanziaria, mossa che potrebbe rivelarsi fatale e portare il paese sull’orlo di una crisi economica. L’attuale rallentamento dimostra che la Cina necessita di una riforma capace di costruire un nuovo modello di crescita che non induca il paese al fallimento. Durante gli anni di crescita della Cina gli economisti erano perplessi sulla economia del paese che risultava sbilanciata e non sostenibile perché troppo dipendente dagli investimenti e dalle esportazioni che avevano la capacità di produrre ricchezza e risolvere i problemi. Da quando la crisi economica ha colpito prima gli Usa e poi l’Europa, l’esportazione cinese ha subito uncalo netto. In politica interna la Cina ha cercato di controllare l’aumento rapido dei prezzi degli immobili attenuando gli investimenti nel settore immobiliare: come risultato la crescita degli investimenti nel settore nella prima metà del 2012 era la metà del tasso registrato nello stesso periodo del 2011. La Cina non dispone di risorse per sostenere la propria crescita perché ha fin dall’inizio escluso i consumatori privati dal PIL del paese, infatti il loro apporto risulta essere tra i più bassi di qualsiasi grande grande economia e rimane vincolato da politiche che puniscono i privati che cercano di sovvenzionare gli investimenti.